Che cos’è, e perché si chiama così
Il parcheggio a S è l’ingresso in retromarcia in uno stallo in linea fra due veicoli, cioè la manovra che si fa lungo il bordo della strada quando ci si infila fra un’auto davanti e una dietro.
Il nome viene dalla traiettoria: il veicolo descrive una curva in un senso e poi una nell’altro, disegnando una S. Non è un termine del Codice, è il modo in cui la chiamano le autoscuole.
È la manovra su cui si concentra più ansia all’esame, e quasi sempre per il motivo sbagliato: non viene valutata la bellezza della traiettoria, viene valutato il controllo.
La sequenza, in cinque passaggi
Non esiste un metodo unico, ma questo funziona su qualunque auto perché si basa su riferimenti visibili e non su misure.
- Affianca l’auto davanti alla quale ti infilerai, a circa un metro di distanza, con la tua fiancata parallela alla sua e i due paraurti posteriori allineati.
- Sterza tutto verso il marciapiede e arretra lentamente, guardando indietro. Il muso della tua auto ruota verso la corsia: è il momento in cui serve la sorveglianza sul traffico.
- Quando il tuo specchietto interno inquadra il faro posteriore dell’auto davanti, raddrizza le ruote e continua ad arretrare in diagonale.
- Quando il muso ha superato il paraurti posteriore dell’auto davanti, controsterza dall’altra parte: è la seconda curva della S, quella che allinea l’auto al marciapiede.
- Sistema la posizione con una piccola manovra in avanti, lasciando spazio davanti e dietro.
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Cosa guarda davvero l’esaminatore
È la parte che le autoscuole insegnano meno e che decide l’esito.
Non viene chiesto di riuscire al primo colpo. Le manovre correttive sono ammesse: quello che non è ammesso è farle senza controllo. Un candidato che sistema la posizione con due ripetizioni guardando gli specchi e girandosi passa; uno che entra perfetto senza aver mai guardato indietro rischia molto di più.
Le cose osservate sono tre: la sorveglianza — specchi, spalla, angolo cieco, e lo sguardo verso la corsia quando il muso sporge; il controllo del veicolo — frizione, velocità bassa e costante, niente strappi; il risultato — l’auto dentro lo stallo, parallela, senza toccare né il marciapiede né gli altri veicoli.
La salita del marciapiede con una ruota e il contatto con un altro veicolo sono gli errori che non si recuperano.
I tre errori che si ripetono
Andare troppo veloce. È l’errore più comune e nasce dall’ansia. Una manovra fatta a passo d’uomo si corregge in ogni istante; una fatta a velocità normale no, e nemmeno l’esaminatore fa in tempo.
Guardare solo lo specchietto. Lo specchio non copre l’angolo cieco e non mostra il marciapiede vicino alla ruota. Girarsi è parte della manovra, non un segno di insicurezza.
Non controllare la corsia quando il muso esce. Nella prima parte della S la parte anteriore dell’auto ruota verso la strada, e in quel momento occupa spazio altrui. È il punto in cui si crea il rischio vero, e l’esaminatore lo sa.
Dopo la patente, cambia
Vale la pena dirlo, perché genera confusione: nella guida di tutti i giorni la manovra si semplifica, e non è un imbroglio.
La S in due curve nasce per uno spazio stretto e per un esame che chiede una traiettoria pulita. In strada, dove lo spazio spesso è più generoso, si entra con una curva sola e si sistema. E nei parcheggi la disposizione più frequente non è quella in linea ma quella a pettine, dove la manovra è un’altra.
La cosa che invece resta identica per sempre è il principio: si entra all’indietro perché sterzano le ruote davanti, quindi andando indietro si colloca con precisione la parte posteriore invece di trascinarla. E si esce in avanti, vedendo la strada.
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Domande frequenti
Che cos’è il parcheggio a S?
È l’ingresso in retromarcia in uno stallo in linea fra due veicoli, lungo il bordo della strada. Si chiama così perché la traiettoria descrive una curva in un senso e poi una nell’altro. Non è un termine del Codice della Strada: è il nome usato dalle autoscuole.
Si può sbagliare la manovra e passare l’esame lo stesso?
Sì: le manovre correttive sono ammesse, purché eseguite con controllo e sorveglianza. Quello che non si recupera è salire sul marciapiede con una ruota o toccare un altro veicolo. Un candidato che corregge guardandosi intorno passa più facilmente di uno che entra perfetto senza guardare.
Qual è il riferimento per capire quando raddrizzare?
Quando lo specchietto interno inquadra il faro posteriore dell’auto davanti alla quale ci si sta infilando: a quel punto si raddrizzano le ruote e si continua ad arretrare in diagonale, per poi controsterzare quando il muso ha superato il suo paraurti posteriore.
Perché si insegna a entrare in retromarcia?
Perché sterzano le ruote anteriori: andando indietro si colloca con precisione la parte posteriore dell’auto invece di trascinarla. E si esce in avanti, vedendo la corsia, invece di arretrare alla cieca in una strada in cui passano veicoli e pedoni.
Nella guida di tutti i giorni si fa davvero così?
Raramente. La S in due curve nasce per spazi stretti e per una traiettoria da esame; in strada, con più spazio, si entra con una curva sola e si sistema. Resta valido il principio di entrare all’indietro e uscire in avanti.
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Perché conviene parcheggiare in retromarcia (e quando no) →Parcheggio a pettine: la disposizione più comune, e la più stretta →Parcheggio a spina di pesce: perché ha un verso obbligato →Quanto misura un posto auto: le misure di legge e quelle che servono →Sosta in salita e in discesa: da che parte si girano le ruote →Si può parcheggiare dove non ci sono le strisce? Sì, e con tre eccezioni →Le guide dei quartieri citati
Fonti: Art. 157 Codice della Strada — Arresto, fermata e sosta dei veicoli
Giulia Grussu & Stefano Puggioni — fondatori di KIVO
Abbiamo costruito KIVO a Torino, dove viviamo e dove parcheggiamo ogni giorno. Per farlo abbiamo mappato oltre 11.000 stalli fra strisce blu, bianche e zone di sosta della città: queste guide nascono da quei dati e dagli stessi giri a vuoto che fai tu.
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